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- L'indipendentismo è un fenomeno anacronistico?
- Perché volere l’indipendenza e non l’autonomia o il federalismo?
- Perché creare un movimento indipendentista Veneto basato e diretto da giovani?
- Perché lo specifico rifiuto della violenza?
- Non è troppo tardi per recuperare il concetto di Popolo Veneto, dopo oltre 140 anni in cui lo si è inglobato in quello italiano?
- Cos’è il plebiscito del 1866? Perché proporlo invece di chiedere un referendum che ristabilisca la situazione del 1797?
- Il movimento Giovani Veneti ha una struttura gerarchica al suo interno? E’ un partito? E’ intenzionato a diventarlo? Deve rendere conto delle proprie azioni a qualsivoglia partito/associazione/movimento/organizzazione ad esso superiore? Il movimento Giovani Veneti è registrato presso un registro dello Stato italiano?
- Perché nel sito giovani-veneti.org e nel forum d’appoggio ventodelleone.netsons.org dei Giovani Veneti non si scrive in veneto? Ci sarà in futuro qualche sezione/pagina in lingua Veneta?
- Come posso collaborare con il movimento?
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1)L'indipendentismo è un fenomeno anacronistico?
Premesso che un Popolo si definisce come insieme di individui, i quali condividono molteplici aspetti tra cui storia, tradizione, lingua, cultura, religione, valori etici, propensione latente a determinate strutture economiche e sociali, oltre che evidenziare un forte legame con il proprio territorio, in cui quel popolo, nel processo storico, si è naturalmente insediato e sviluppato.
Detto questo, è fondamentale ricordare che ad ogni Popolo è riconosciuta una serie di diritti, che si possono riassumere nel “diritto all’autodeterminazione dei popoli”, proclamato già nei 14 punti di Wilson del 1919 ed conclamato nella Carta delle Nazioni Unite nel capitolo primo (sui fini ed i principi dell’ONU), articolo primo, paragrafo secondo. Altre fonti di diritto internazionale su cui si basa il diritto di autodeterminazione dei popoli sono:
il Patto internazionale sui diritti civili e politici, del 1966 (recepito dall’Italia con legge n. 881 del 1977)
la Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati, del 1970 (in cui si sancì il divieto di ricorrere a qualsiasi misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto all'autodeterminazione).
l'Atto Finale di Helsinki, del 1975, in cui si afferma il diritto per tutti i popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come desiderano il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
Il contenuto del principio di autodeterminazione dei popoli consiste in obblighi per gli Stati della Comunità internazionale di non impedire o anche intralciare l'autodeterminazione dei popoli, intesa come libertà degli stessi di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.
Il principio di autodeterminazione dei popoli costituisce una norma di diritto internazionale generale cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti ed obblighi) per tutta la Comunità degli Stati. Inoltre questo principio rappresenta anche una norma di ius cogens, cioè diritto inderogabile (Significa che esso è un principio supremo ed irrinunciabile del diritto internazionale, per cui non può essere derogato mediante convenzione internazionale).
Il diritto dei Popoli all’autodeterminazione è quindi un diritto sovraordinato rispetto agli ordinamenti dei singoli Stati, inderogabile ed imprescrittibile, cioè che non ha un termine di scadenza che ne limiti l’applicazione nel tempo, e pertanto si può confermare che il bisogno di indipendenza di un popolo è un desiderio che non è mai anacronistico.
Nel caso dei Veneti, pensiamo al passato storico del Popolo Veneto, di origini pre-romane, che ha espresso in tutti i campi le sue potenzialità durante 11 secoli ininterrotti di gloriosa sovranità della Veneta Serenissima Repubblica, con una Venezia mai espugnata nel corso di sedici secoli (fondata secondo la tradizione il 25 marzo 421 d.C.). Come pietra di paragone, si pensi che il popolo ucraino è tornato indipendente dopo 400 anni di dominazioni straniere; il popolo polacco è ora indipendente dopo secoli di alterne vicende che lo hanno visto a tratti indipendente, e a tratti spartito tra potenze confinanti; mentre stati come la Slovenia non sono mai storicamente esistiti.
Inoltre, possiamo senza dubbio asserire che il Popolo Veneto è stato uno dei primi popoli (se non davvero il primo della Storia) cui sia stato riconosciuto e garantito a livello internazionale il diritto di autodeterminarsi, conquistato col sangue sul campo, battendo le truppe di terra e la marina italiane a Custoza e a Lissa nel 1866: i trattati internazionali del 1866 sulla questione Veneta e i carteggi diplomatici ufficiali fanno emergere esplicitamente la volontà del consesso internazionale di dare ai Veneti la legittimazione a determinare autonomamente il loro futuro. Ciò è stato impedito con la forza dallo Stato italiano, colpevole di aver privato il Popolo Veneto della sua libertà, di aver infangato le prove di questo crimine, e di aver violato i trattati che ha sottoscritto, ingannando con ciò l’intero consesso delle Nazioni e degli Stati.
Alla luce di questa breve ma sufficiente disamina, riteniamo fondato e legittimo il diritto del Popolo Veneto a lottare per la propria indipendenza.
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2)Perché volere l’indipendenza e non l’autonomia o il federalismo?
Il Popolo Veneto, in prima analisi, merita l’indipendenza perché è un popolo storico dell’Europa, che ha contribuito in maniera fondamentale alla creazione dell’Europeità che nell’assetto basso-medioevale e rinascimentale sembra aver trovato la sua migliore espressione, coincidente con l’inarrestata ascesa della Serenissima, che giunse al suo acme proprio quando l’Europa accorse a Lepanto per difendere sé stessa sia sul piano militare che su quello identitario.
Dal punto di vista politico e giuridico, invece, il Popolo Veneto merita l’indipendenza poiché il suo territorio storico è stato mutilato ed occupato in particolare dallo Stato italiano (ma non solo), e solo la piena, indiscussa e fattiva indipendenza potrà mettere in ombra gli indicibili soprusi subiti dal Popolo Veneto, che tuttavia mai e con nessuna ricompensa potranno essere cancellati dalla memoria storica dei Veneti.
Ciò non toglie, comunque, che eventuali offerte da parte dello Stato italiano concernenti maggiori poteri o addirittura forme di auto-governo per il Popolo Veneto riteniamo dovrebbero essere accettate, poiché di certo sarebbe errato non alleviare le sofferenze che il popolo Veneto sta subendo: non sarà il martirio del Popolo Veneto la via per la sua indipendenza.
Contemporaneamente, tuttavia, dobbiamo affermare che tali ipotesi riguardo a offerte dello Stato occupante sono altamente improbabili poiché, sulle basi e con i criteri del materialismo storico e dialettico, pare pressoché impossibile che uno Stato in condizioni di regressione economica ed etica costante come quello italiano rinunci a scaricare su oltre 5 milioni di Veneti le proprie enormi deficienze strutturali oltre ai costi dei costanti e svariati stati di emergenza in cui versa questo Stato fantoccio.
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3)Perché creare un movimento indipendentista Veneto basato e diretto da giovani?
Il Movimento Giovani Veneti è nato per riunire, coordinare, formare e promuovere spinte giovanili in favore della Causa Veneta. Fondato da Giovani orgogliosi di essere Veneti, si rivolge non solo ai Giovani Veneti appunto, ma anche a coloro (magari né giovani, né Veneti, perché no?!?!) che condividono la nostra visione per così dire “ideologica” sullo stato di cose nelle Terre Venete e sulle soluzioni possibili, vedono come noi nei giovani la speranza per il futuro del Popolo Veneto e, in ultima analisi, intendono partecipare più o meno attivamente al processo indipendentista.
La scelta di fondare nel 2007 un movimento indipendentista di Giovani Veneti è stata frutto della fusione di due valutazioni: una che si può definire “strutturale” ed una “contingente”. Per quanto riguarda quest’ultima, riteniamo che la contingenza storica, appunto, sia tale che:
sul fronte interno si può vedere un riemergere dell’apprezzamento, anche nei giovani, delle proprie origini e peculiarità venete che procede parallelamente all’inveterato tentativo istituzionale, economico e sociale dello Stato italiano di demonizzare il Popolo Veneto; inoltre il sistema central-colonialista italiano è da tempo immerso in una crisi strutturale congenita che è innanzitutto di valori, e che si ripercuote sull’economia, sulla giustizia, sulla sfera sociale, tanto
da determinare anche sul piano internazionale una certa insofferenza per le pretese dello Stato italiano, per i suoi atteggiamenti doppiogiochisti, per l’inaffidabilità e l’aggressività dimostrate contro gli stati ed i popoli considerati inferiori o più deboli, sempre parallele alla totale mancanza di polso e decisione nei confronti delle contingenze storiche, e questo dimostrato in poco più di un secolo di esistenza.
La valutazione strutturale è invece connessa alla consapevolezza che se l’identità Veneta si perde in questa generazione, per la prossima sarà estremamente più difficile (se non quasi impossibile) recuperare i valori della società Veneta ed il concetto stesso di Popolo Veneto meritevole di sovranità ed autodeterminazione, visto l’avanzamento del processo di italianizzazione attuato dallo Stato italiano fin dal primo giorno di occupazione.
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4)Perché lo specifico rifiuto della violenza?
Anche l’esplicitazione del rifiuto della violenza si compone di due ragioni.
La prima è di carattere negativo, ossia è espressa con lo scopo di limitare a priori l’agire nostro e dei nostri sostenitori, che intendiamo essere su tutti i piani che riusciremo a raggiungere e con tutti i mezzi che il momento storico ci offrirà, escluso a priori il ricorso alla violenza di qualsiasi tipo. Ciò significa che non solo garantiamo che la violenza non sarà mai applicata da parte nostra, né mai fomentata né giustificata, ma anche che vogliamo mettere in guardia chiunque potrebbe pensare di servirsi impunemente della violenza offensiva, mascherando dietro la lotta per l’indipendentismo veneto degli scopi ulteriori che nulla hanno a che fare con la legittima aspirazione di un Popolo alla sua Libertà.
La seconda motivazione è invece di carattere positivo, cioè di un assioma inderogabile posto alla base di ogni rapporto anche personale, e a maggior ragione fondante la comune volontà di fratellanza tra i popoli, che è tale solo se vige il rispetto reciproco. A garanzia di questo rispetto, poniamo il monito per il quale se vi sarà attacco violento ad un Popolo, ad esso spetterà il diritto tutelato (se non il dovere) di rispondere sullo stesso piano dell’offensiva per tutelare la propria Libertà e, in casi estremi, la sopravvivenza sua o di suoi componenti. |
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5)Non è troppo tardi per recuperare il concetto di Popolo Veneto, dopo oltre 140 anni in cui lo si è inglobato in quello italiano?
Il sostrato veneto si riconosce ancora in: etica del lavoro, tendenza politica (e non parliamo certo di fazioni politiche, ma di valori politici e giuridici), iniziativa economica, tessuto economico, valori etici e sociali, etica del sacrificio e della responsabilità, valore della famiglia. Il riconoscimento di peculiarità viene anche dato dagli altri popoli sulla base della grande laboriosità ed onestà dei milioni di veneti che sono stati costretti ad emigrare a causa dell’occupazione italiana, e dei loro discendenti.
I valori del Popolo Veneto si vedono nella sua storia, ma purtroppo il genocidio culturale italiano ha colpito per prima l’esperienza storica incredibilmente lunga e fruttuosa, tentando di relegarla alle vicende di una repubblica marinara, oltre che sminuendola, travisandola, storpiandola ed usandola per beceri fini di espansionismo (si pensi all’invenzione del concetto di “tre Venezie” euganea, tridentina e giulia, usato per giustificare la detenzione illegittima di territori da parte dello Stato italiano; similmente fu per le pretese sulle venete città di Fiume e Zara, o sulla costa della Dalmazia; così come per il discorso di Gorizia di Mussolini, atto ad attirare sui Veneti istriani, giuliani e dalmati le disgrazie volute e meritate dagli italiani).
L’altra enorme peculiarità veneta è la lingua, riconosciuta a livello internazionale, parlata dalla grandissima maggioranza dei Veneti (nonostante l’assenza di codificazione scritta) e degli oriundi veneti nel Mondo; una lingua annoverata dagli stessi italiani tra le possibili lingue da scegliere come “italiano ufficiale”, ma declassata inspiegabilmente a dialetto e discriminata appena si scelse il toscano come lingua da imporre con la forza nelle scuole (e oggi hanno il coraggio di gridare la necessità di integrazione culturale con chiunque sia nostro ospite).
Riteniamo pertanto che sarebbe sufficiente per ogni veneto di buona volontà sapere anche pochissime informazioni sulla propria storia e sulla lingua per innescare un meccanismo virtuoso di patriottismo conscio, di espansione quantitativa e di approfondimento qualitativo di una forte identità veneta.
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6)Cos’è il plebiscito del 1866? Perché proporlo invece di chiedere un referendum che ristabilisca la situazione del 1797?
Domenica 21 e lunedì 22 ottobre 1866 presso le Popolazioni delle province Venete e di Mantova, si è tenuto un plebiscito che avrebbe dovuto permettere loro di decidere autonomamente del loro destino di Popolo. Perché nel 1866 è stato riconosciuto ad un Popolo il diritto di scegliere autonomamente il proprio futuro, nonostante fosse stato sballottato nei precedenti 70 anni proprio tra le due Potenze (Francia ed Austria) che obbligarono l’Italia a consultare i Veneti prima di annetterne il territorio?
Segue una trattazione abbastanza esaustiva, divisa in paragrafi, degli avvenimenti storici con qualche nota di colore. Al termine, le nostre considerazioni “politiche” sull’importanza del 1866.
PREMESSE Lo scoppio della Guerra delle sette settimane (la Terza guerra d’indipendenza secondo la storiografia italiana) vedeva il Regno di Prussia (Guglielmo I di Hohenzollern) allearsi col Regno d’Italia (Vittorio Emanuele II di Savoia) per impegnare l’Impero Austriaco (Francesco Giuseppe I di Asburgo-Lorena) su due fronti. È fondamentale osservare che l’Imperatore francese (Napoleone III Bonaparte) – e forse gli stessi Austriaci – calcolavano che i Prussiani sarebbero stati sconfitti dall’Austria e che l’Italia avrebbe sconfitto gli Austriaci.
Tuttavia, avvenne esattamente l’inverso, cioè l’Italia perse contro l’Austria, la quale però si dovette piegare nello scontro campale di Sadowa/Koeniggraetz (3 luglio 1866) ad un esercito prussiano numeroso, veloce, efficiente, coeso e ben comandato.
CUSTOZA Che fu dell’Italia? Il 20 giugno (4 giorni in ritardo rispetto agli accordi con la Prussia) l’Italia presenta all’Austria una boriosa dichiarazione di guerra. Il 24 giugno 1866 l’esercito italiano schierava 120mila uomini sulla sponda “lombarda” del Mincio; l’Austria poteva schierarne poco più di 70mila, sulla sponda veneta del Mincio. Lo scontro principale avvenne nei pressi di Custoza, e dire che sulle stesse colline e piane nel 1848 furono sonoramente sconfitti dal maresciallo Radetzky fa capire che gli italiani avrebbero dovuto ben conoscere le eventuali insidie di quella zona, o semmai evitarle.
Tuttavia, lo scontro presso Custoza fu solo l’ultima goccia, infatti vi fu una costellazione di piccolissime schermaglie che vedevano un esercito italiano diviso in due (tra LaMarmora e Cialdini), capeggiato da diverse teste in conflitto (tra cui anche il Re Vittorio Emanuele II), farsi cogliere costantemente di sorpresa dagli Austriaci, di cui gli informatori italiani non conoscevano le posizioni. La diffidenza tra gli stessi generali italiani, la disorganizzazione totale, l’irresponsabilità, la boria, l’individualismo degli ufficiali portò ad una sconfitta enorme sul piano morale, più che su quello materiale. Gli stessi austriaci ammisero che sarebbe bastato un contrattacco per metterli in scacco, eppure LaMarmora era demoralizzato al massimo e ordinò la ritirata in Lombardia, il Re era furibondo, Cialdini non si era mai mosso dal Po, eppure autonomamente si ritirò fino a Modena. Il commissario italiano al plebiscito Genova Thaon di Revel ci informa nelle sue memorie che al Cialdini era stato telegrafato di dirigersi a sud-ovest per proteggere… la capitale Firenze!
In perfetto stile italiano (che troviamo come un filo rosso che si posa su Caporetto nel 1917, sulle varie tristi epopee colonialiste in Africa, o nella stessa Seconda guerra mondiale) la colpa fu data alle truppe, ai soldati che a detta dei generali non seppero contrastare gli Austriaci. Per comprendere lo spessore di LaMarmora, si sappia che egli al termine della battaglia, in udienza presso il Re disse che si sarebbe assunto la responsabilità della battaglia, a patto che gli fosse permesso di radiare gli ufficiali “incapaci”; altrimenti si sarebbe dimesso (oltre che generale capo di Stato Maggiore, era anche Primo Ministro, sostituito ad interim da Ricasoli, di cui si parlerà per il plebiscito).
Inutile dire che con questo criterio, LaMarmora avrebbe dovuto radiare anche sé medesimo.
LISSA La sconfitta di Custoza nell’ottica italiana necessitava di una grande vittoria che la oscurasse, ma avviare un altro scontro via terra era rischioso, vista la demoralizzazione delle truppe, o forse la codardia di uno Stato Maggiore che preferì lasciar calmare i venti di tempesta imperversanti sui generali dell’esercito. Via terra si decise di continuare con movimenti strategici di disturbo più che con scontri. La via del riscatto dell’immagine italiana sembrava una vittoria navale, con la forza della lunga e gloriosa tradizione navale “italiana”.
Anche qui si dimostra come l’Italia unita fosse concetto idealistico di ben pochi intellettuali, come non esisteva una tradizione navale “italiana” negli stessi termini in cui non esiste un’unitaria tradizione navale “europea”. Si ricordi che questa Terza guerra “d’indipendenza” era salutata dagli stessi italiani come l’occasione di dare dimostrazione al Mondo della Potenza italiana e della sua coesione “nazionale”, dopo 5 anni di unità politica.
Il giorno dopo la disfatta – più “politica” che militare – di Custoza, l’Ammiraglio della Regia Marina italiana Carlo Pellion di Persano trasferisce la flotta presso Ancona. Il 15 luglio 1866 il Ministro della marina Agostino Depretis (tanto per sottolineare come da sempre in Italia chi peggio fa, più è premiato) porta all’ammiraglio Persano il piano di guerra: deve bombardare l’isola di Lissa ed occuparla.
Già il giorno successivo Persano lascia Ancona, con 33 navi varie. Dopo aver mandato il D’Amico a raccogliere informazioni sulle fortificazioni dell’isola, avvia il 18 luglio i bombardamenti dei 3 porti dell’isola: Persano bombarda pesantemente Porto San Giorgio; il contrammiraglio Albini dopo un paio di bordate su Porto Manego, si ritira; Porto Comisa è bombardato dal viceammiraglio Vacca, che in poco si stanca e si ritira.
La sera, le tre teste della Marina italiana si trovano, ed invece di chiarire le rispettive posizioni, litigano e si lasciano furibondi. Frattanto, l’ammiraglio austriaco Wilhelm Von Tegetthoff parte da Pola alla volta di Lissa, dividendo la sua flotta in 3 gruppi: Tegetthoff sulla nave ammiraglia Ferdinand Maximilian; gli altri due gruppi ai capitani Petz ed Eberle.
Flotta italiana: 33 navi (di cui 12 corazzate); 252 cannoni a canna rigata; 68mila tonnellate di materiali.
Flotta austriaca: 27 navi (di cui 7 corazzate); 178 cannoni a canna liscia; 50mila tonnellate di materiali.
La mattina del 20 luglio, era la data prevista per lo sbarco sull’isola ad ogni costo, che dovette essere interrotto per l’arrivo della flotta del Tegetthoff. Persano è costretto a radunare in fretta le sue navi disperse nelle operazioni di sbarco. Lo scontro inizia nel peggiore dei modi, con i tre gruppi italiani sparpagliati e non ancora in linea di battaglia, ma soprattutto con il Vacca e l’Albini che se ne stanno in disparte, quasi senza colpo ferire. Durante lo scontro, Persano si sposta dalla nave ammiraglia “Re d’Italia” sull’Affondatore, una corazzata dotata di torri mobili e di uno sperone d’acciaio di 8 metri (forgiato appositamente in Inghilterra). Nel frattempo, l’ammiraglia italiana è immobilizzata per un colpo al timone, e il Tegetthoff non esita a speronarla affondandola ed inabissando con essa anche le insegne di guerra italiane, con oltre 400 tra ufficiali e marinai. La corazzata italiana Palestro va a soccorrere la speronata Re d’Italia, e viene colpita a sua volta da una bordata di cannoni nella santabarbara (cioè il deposito delle polveri esplosive) ed esplode in fiamme, colando presto a picco con i suoi oltre 200 tra ufficiali e marinai.
Affondata l’ammiraglia, il viceammiraglio Vacca, cui non era stato comunicato che Persano si era trasferito sull’Affondatore, prende il comando della situazione e tenta di radunare le navi: in questo momento, la flotta italiana ha due capi supremi, che ignorano la presenza l’uno dell’altro, e danno ordini come minimo “divergenti”.
Come ultima opportunità, Persano che è sull’Affondatore, può affondare (appunto) la corazzata austriaca Kaiser, che ha avuto la peggio nello scontro con l’italiana Re di Portogallo, ed in fiamme e rallentata da uno squarcio ad una fiancata. Tuttavia, il Persano non sa maneggiare la nuovissima arma per lo speronamento, e manca di colpire la Kaiser, che si raggruppa indisturbata alle altre navi in fuga, dopo il comando di adunata del Tegetthoff. La battaglia è stata un disastro totale: 2 corazzate affondate; 650 morti, 40 feriti da parte italiana; 38 morti e 138 feriti da parte austriaca.
CONSIDERAZIONI A parte che nessun libro di storia italiano si spinge a descrivere in termini reali queste due disfatte (Custoza e Lissa), limitandosi alle solite formule dell’organizzazione e del rigore austriaco, men che meno si azzarda a descrivere la partecipazione dei Veneti a queste sonore sconfitte italiane. Precisando che invece i manuali di storia enfatizzano ogni singola insurrezione dei Popoli della Penisola come ribellione agli occupanti, e desiderio di italianità, siamo certi che non ci furono né diserzioni a Custoza, né ammutinamenti a Lissa, in quanto mai riportati dai dispacci militari, né dalla diplomazia, né dagli enfatici manuali di italica storia patria. Anzi, a conferma di questa tesi, ricordiamo che Garibaldi (l’uomo che Manin nel 1848 rifiutò di avere tra i piedi, perché mercenario ritenuto incapace di difendere Venezia) molto si lamentò del fatto che i Veneti non si sollevarono contro gli Austriaci, anche se nelle campagne sarebbe stato semplicissimo farlo.
C’è invece da dire che il Tegetthoff aveva studiato presso l’Accademia navale di Venezia, e che un Impero che mai aveva avuto uno sbocco al mare, impossessandosi del Veneto (lasciamo per ora da parte la questione di legittimità del titolo austriaco di possesso del Veneto) non poteva che ereditare di buon grado la millenaria tradizione di Venezia della costruzione delle navi, dell’addestramento dei marinai, della formazione degli ufficiali di Marina.
L’indelebile impronta Veneta si certifica anche con gli attestati di riconoscimento ai marinai Veneti, che furono onorati dall’Austria con ben 43 medaglie d’argento e 2 medaglie d’oro.
Vogliamo in quest’occasione ricordare che il Movimento Giovani Veneti è stato il primo e l’unico di cui si sappia, ad aver pubblicamente ricordato il sacrificio e l’onore di Lissa, dopo 141 anni (luglio 2007), con una conferenza commemorativa a Chioggia, paese di provenienza dei due decorati con l’oro al valore militare. Uno dei due, detto “el graton” si è distinto quale timoniere della Ferdinand Maximilian, che sotto ordine di Tegetthoff ha speronato l’ammiraglia italiana Re d’Italia, affondandola. Riteniamo altamente probabile che visto il passato di Tegetthoff, egli conoscesse bene il Veneto, e lo parlasse con i suoi marinai.
DIPLOMAZIA Ciò che seguì le battaglie, è un vero e proprio affronto italiano alla libertà dei Veneti. La libertà conquistata col sangue dai Veneti in battaglia contro gli italiani, il ribaltamento delle previsioni (di Napoleone III) sugli esiti della guerra, la totale assenza di appoggio dei Veneti all’istanza italiana, soprattutto dopo il vile tradimento all’italiana della ricostituita Repubblica Veneta di Manin, spinsero tanto la Francia, quanto l’Austria stessa a pretendere che un’eventuale annessione del Veneto all’Italia fosse subordinata – quanto ad efficacia – ad un atto di “consenso delle popolazioni debitamente consultate”. Tanto più che l’Italia aveva già tentato almeno 3 volte di farsi cedere il Veneto senza conquistarlo; ma alla fine, avendo perso clamorosamente la guerra, fu comunque costretta ad acquistarlo pagandolo in denaro (rivalendosi sul popolo con la folle tassazione della povertà, altra chicca dell’italianità). L’imperatore francese Napoleone III nel suo carteggio con i vertici italiani, parla espressamente di una “Venezia rimessa a sé stessa”, libera di decidere il proprio destino.
Così, nel trattato di Pace di Vienna, si prevede la formazione di una commissione tripartita tra Austria, Francia (come intermediario) e Italia. Tuttavia, il plebiscito fu illegittimamente indetto con atto unilaterale italiano, ed ogni sforzo (soprattutto francese) di garantire il retto e giusto (in senso giuridico innanzitutto, ma anche etico) andamento della questione si scontrava con gli italiani che gridavano all’ingerenza nella loro politica interna. Così il plebiscito, senza un’effettiva garanzia internazionale, fu indetto dagli italiani, tra gli italiani, e per gli italiani. La legislazione regia si pretese estesa alle province venete ancora prima dell’armistizio di Cormons del 12 agosto 1866!
Gli stessi diplomatici italiani si dimostrarono degni compari degli incapaci, diffidenti e confusionari comandati del Regio Esercito e capitani della Regia Marina. Il generale austriaco Moering che trattò con gli italiani la cessione del Veneto, si gloriò di aver tracciato dei confini per la cessione facendoli accettare agli italiani come favorevoli: “stipulai un armistizio che migliore l’Austria non poteva augurarsi, con una linea di demarcazione che assicurava piena libertà di piombare in territorio italiano. Mi era riuscito di infondere negli italiani la fiducia di posare la piramide sulla base invece che sulla punta, senza dover rimettere tutto in discussione” dice Moering nelle sue memorie.
PLEBISCITO I fatti condussero le popolazioni Venete ad essere consultate con procedure italiane senza titolo di legittimità alcuna, anzi in barba agli accordi presi di fronte al consesso internazionale. Dove non arrivava l’aberrante propaganda di regime italiana, arrivava la mano dell’occupazione militare, delle indagini sul clero e sugli insegnanti di ogni grado.
Moering ci riporta le voci che giravano a Venezia sul plebiscito: “una commedia inventata da Ricasoli per impedire alla Francia di immischiarsi troppo nelle questioni interne dell'Italia".
L’Italia non solo calpestò ciò che aveva sottoscritto e garantito nei Trattati di Pace e nell’Armistizio di Cormons, ma riuscì addirittura a violare il suo stesso regio decreto di indizione del plebiscito, su molteplici punti, tanto per procedura formale, quanto per sostanza.
Anche il solo esito bulgaro del plebiscito ne dimostra la falsità, frutto di brogli inenarrabili: ci furono 641.758 sì, 69 no, 273 nulli. Una adesione pari al 99,99%, mai raggiunta nemmeno dai peggiori regimi del Novecento. Ma cosa più inquietante è che ci sono almeno 4 diversi esiti, egualmente autorevoli. Inoltre, i dati o le urne sigillate non sono stati conservati, e in gran parte nemmeno visionati o controllati dalle corti di appello, come invece imposto e quindi garantito nel regio decreto italiano.
I Veneti che sono andati alle urne, hanno dovuto proclamare a voce alta il proprio nominativo ed il proprio voto (alla faccia della votazione segreta garantita nel regio decreto), ricevere il biglietto dalle mani del presidente di seggio, e consegnarlo nelle mani del custode dell’urna relativa al proprio voto (Sì, o No). Da ciò non si spiega come sia possibile una consistenza dei voti nulli pari a 4 volte i voti negativi, e la possibilità stessa che una tale procedura desse adito all’annullamento di voti.
Infine, non è stato nemmeno trovato un esemplare dei biglietti del NO, e ciò origina più che un semplice sospetto, corroborato dal fatto che il Sì recitava questa formula: “Dichiariamo la nostra unione al regno d’Italia sotto il governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e de’ suoi successori”. Si progettò una resa incondizionata di fronte al dato di fatto dell’occupazione militare italiana del Veneto, con la pretesa che ciò fosse un conferimento di pieni poteri al governo italiano sulla sovranità, sul territorio, e sul Popolo Veneto.
CONSIDERAZIONI POLITICHE Finita la Guerra delle sette settimane, il Veneto è stato vilmente occupato dagli italiani senza una dichiarazione di guerra, senza un dialogo con autorità Venete o con rappresentanti del Popolo legittimi, o legittimati tali, senza dichiarare le proprie intenzioni, senza proclamare uno stato di assedio, o di pericolo, senza la minima giustificazione. Tutto questo PRIMA del plebiscito del 21-22 ottobre 1866, e addirittura durante il breve “protettorato” francese.
Ciò che l’Italia fece al Veneto è paragonabile solo al crimine di Napoleone I che invase la Serenissima Repubblica Veneta dichiaratasi neutrale nel 1797, o a quello della Germania imperiale nel 1914 e poi di quella nazista dal 1938 al 1940 di invadere Paesi dichiaratamente neutrali come il Belgio e i Paesi Bassi, o di occuparne altri senza dichiarare ostilità, come con Repubblica Cecoslovacca e Austria.
Qualche zerbino addestrato ha già tentato di delegittimare il 1866 come nodo giuridico dell’indipendenza Veneta, asserendo che il Plebiscito era una forma di democrazia diretta usata nell’Ottocento all’interno del fenomeno del bonapartismo, cioè dell’uso strumentale del consenso pilotato della popolazione per legittimare le scelte di un governante (es. il plebiscito usato da Luigi Napoleone Bonaparte per legittimare il colpo di Stato con cui egli ha restaurato l’Impero, divenendo Napoleone III), e che pertanto è inutile discutere su una prassi che era invalsa nell’Ottocento per dare un velo di democrazia a ciò che democratico non era. Ciò è storicamente indiscutibile. Tuttavia, nessun altro dei plebisciti fatti nell’Ottocento era posto da Trattati internazionali quale condizione giuridica vincolante l’efficacia di un’annessione territoriale, e con essa della sottomissione di quasi 3 milioni di individui. Nessun altro dei plebisciti ottocenteschi aveva un intera nazione (quella francese, nel nostro caso) ad avere il ruolo di garante del corretto svolgimento della consultazione.
Pertanto, il caso Veneto è giuridicamente e storicamente di una particolarità impressionante. E’ stata violata impunemente la territorialità della neutrale Serenissima Repubblica Veneta nel 1797; la Restaurazione del Congresso di Vienna non ha restaurato violazioni come quella sulla Serenissima di Venezia, né sulla Repubblica di Genova, per esempio; nel 1866 il Veneto con Mantova è stato ceduto come una merce da una Potenza vincitrice (l’Austria) ad una perdente (l’Italia) tramite le mani di una terza (la Francia), con la “riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate” (recita testualmente un articolo del Trattato di Pace di Vienna).
Alcuni tra gli ambienti dell’indipendentismo Veneto declassano la questione 1866 per i motivi confutati precedentemente, e si rifanno invece alla violazione del 1797, e questo poiché asseriscono che anche rifacendo il plebiscito del 1866, si tornerebbe nella situazione del 1866, cioè sotto l’Austria o la Francia. Nulla di più errato e superficiale, sperando sia in buona fede.
Premesso che l’ipotesi di un ritorno nelle mani dell’Austria se si ripristinasse la legittimità del plebiscito del 1866 è totalmente deviata, poiché l’intero Regno Lombardo-Veneto è stato sciolto dalla Corona Asburgica con l’occasione della cessione del Veneto alla Francia nel 1866.
Alcuni altri, per la verità meno superficiali dei primi, ipotizzano quindi un ritorno del Veneto sotto la sovranità Francese, se si ripristinasse la legittimità del plebiscito del 1866. Tuttavia ciò non è giuridicamente possibile, in quanto la “sovranità” francese era pro tempore, cioè subordinata al perfezionamento (cioè della conclusione), qualunque fosse l’esito, della consultazione plebiscitaria. Pertanto, essa non mette in discussione la sovranità Veneta, in quanto una volta ripetuta la consultazione del 1866 con tutti i crismi che la legalità internazionale richiede, non sorgeranno né potrebbero sorgere ingerenze o pretese da parte dei legittimi successori dell’Impero francese e di quello Austriaco del 1866.
La peculiarità del caso 1866 fa sì che l’indipendenza potrebbe essere ridata ai Veneti con una giustificazione giuridica e storica che non dà adito a effetti a cascata su altre Nazioni senza Stato, cioè non costituirebbe un precedente in analogia al quale qualcuno potrebbe avanzare pretese d’indipendenza. Se invece per dare l’indipendenza al Veneto si dovesse rimettere in discussione l’assetto europeo “restaurato” nel 1815, ritornando in un certo senso al 1797, allora contemporaneamente e con gli stessi diritti anche altri Stati allora esistenti potrebbero far valere il proprio diritto all’esistenza e all’indipendenza.
Pertanto, il 1866 sarà la base da cui partire per ogni politica indipendentista, sia che esso diventi il grimaldello giuridico con cui scardinare le illegittime pretese italiane sul Veneto, sia che esso costituisca un mero appoggio giuridico per un’indipendenza ottenuta per altre vie (difficilmente prevedibili ora, ma per fare un esempio, qualora l’Italia per motivi economici, militari, politici, internazionali o altro si trovasse in una crisi paragonabile a quella dell’ascesa del fascismo, dell’armistizio dell’8 settembre 1943, o per certi versi anche alla fine della cosiddetta “prima repubblica”).
In estrema sintesi, quanto concordato nel consesso internazionalenel 1866 non è stato rispettato dall’Italia, che ha quindi provocato una falla giuridica che deve essere sanata, un nodo che dev’essere sciolto con il ripristino della legalità internazionale violata a più riprese dall’Italia.
Allo Stato italiano ricordiamo che “pacta sunt servanda” (i patti si devono rispettare), e di ciò che ha fatto patire ai Veneti, l’Italia dovrà rispondere.
Non è questione di “se” ciò avverrà: è solo questione di “quando”.
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7)Il movimento Giovani Veneti ha una struttura gerarchica al suo interno? E’ un partito? E’ intenzionato a diventarlo? Deve rendere conto delle proprie azioni a qualsivoglia partito/associazione/movimento/organizzazione ad esso superiore? Il movimento Giovani Veneti è registrato presso un registro dello Stato italiano?
Non c’è nessuna gerarchia. Chiunque viene ammesso nel gruppo attivo (cioè non sia semplice sottoscrittore, ma abbia dimostrato interesse ulteriore, collaborazione attiva, dedizione per la causa, e simili) ha lo stesso peso di coloro che precedentemente sono entrati, o dei fondatori stessi. Certo, il prerequisito fondamentale è il riconoscersi nel Manifesto del movimento, oltre alla buona volontà ed alla buona fede, che devono animare ogni Veneto patriota (non esclusivamente i Giovani Veneti). Inoltre, l’operato di ciascuno può in ogni momento essere oggetto di verifica da parte del collegio dei membri, che in ogni caso darà la possibilità al singolo di difendersi, portare le proprie giustificazioni e di sostenere le proprie tesi.
Come abbiamo avuto modo di esporre anche ad organi di stampa, non siamo legati a nessun partito, né abbiamo intenzione di far diventare questo movimento un partito. Inoltre, “sopra di noi” non abbiamo alcuna autorità, nessun direttorio, nessun altro movimento, né associazione, né istituzione, né partito, né società o organizzazione in genere. Il Movimento dei Giovani Veneti agisce solo in nome di sé stesso e dei suoi componenti, ai quali è pur tuttavia data la libertà di aderire o simpatizzare per altre organizzazioni, purché esse non operino in contrasto con la causa veneta, con i diritti dell’uomo o con quelli dei popoli. In buona sostanza, tanto i singoli membri quanto il Movimento in sé sono responsabili di fronte alla Nazione Veneta, e di eventuali gravi crimini o soprusi compiuti si dovrà rispondere quando sarà riconosciuta la Serenissima Repubblica Veneta.
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8)Perché nel sito (http://giovani-veneti.org) e nel forum d’appoggio (http://ventodelleone.netsons.org) dei Giovani Veneti non si scrive in veneto? Ci sarà in futuro qualche sezione/pagina in lingua Veneta?
Abbiamo preso la decisione di adottare il toscano (o “italiano”) come lingua di comunicazione pubblica principalmente per due ragioni:
a. Il processo indipendentista non coinvolge solamente il Popolo Veneto, ma anche altre realtà sottomesse sia allo Stato italiano che ad altri Stati. La necessità di essere in coesione con le altre forze indipendentiste, almeno per quanto riguarda la diffusione di informazioni riguardanti tematiche utili alla causa dell’autodeterminazione, fa sussistere l’esigenza di essere comprensibili a più persone possibili. A questo proposito risulta indispensabile scrivere in toscano, in modo tale da essere compresi soprattutto da tutti quei movimenti che partecipano alla causa indipendentista dei Popoli sottomessi dall’occupante italiano. Se adottassimo solo la nostra lingua potremmo cadere nell'impossibilità di essere compresi da alcuni soggetti, anche e soprattutto a livello internazionale.
b. Ci sarà sicuramente chi dirà “potreste comunque adottare forme di bilinguismo!”.
Oltre alle difficoltà, non tanto di impegno o desiderio, ma di tempo materiale a nostra disposizione, che potremmo incontrare nel tradurre ogni lavoro in lingua Veneta, c’è il problema della traduzione di termini tecnici, che ci indurrebbe a inventare vocaboli venetizzando lemmi “italiani”.
Tuttavia, il problema più grosso è che la lingua Veneta non è mai stata codificata da un qualche organismo ufficiale, e le grafie proposte sono molteplici (direi circa una decina di “correnti”). Ne abbiamo analizzate parecchie (sia in proposte di manuali, che in grafie in uso presso altri siti, forum, giornali e pubblicazioni in lingua), ma il grado di adesione ad almeno una di esse non è sufficiente da parte nostra per adottare una delle codificazioni già proposte. Molte di esse sono da escludere “a priori”, in quanto la grafia appare evidentemente forzata da questioni ideologiche che a nostro avviso pregiudicano tanto la fruibilità del mezzo linguistico, quanto la bontà stessa del lavoro di codifica.
Per quanto concerne l’eventualità di aprire qualche sezione/pagina in Veneto, abbiamo programmato di avviare una sezione nel forum Vento del Leone e stiamo stabilendo le modalità e i termini con cui indirizzeremo il tutto. Da ciò la possibilità di avviare progetti anche di sperimentazione con l’uso esclusivo della nostra lingua Veneta, che potranno servire da laboratorio per integrare le lacune di alcune grafie proposte in passato o anche, se si presenterà una spinta in merito, di proporre una grafia ex novo, che non potrà però (evidentemente) prescindere dal buon lavoro fatto in alcuni manuali di codificazione.
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9)Come posso collaborare con il movimento?
Chiunque può aiutarci e collaborare, anche senza procedere con continuità e costanza. Per farlo basta contattarci attraverso i mezzi che abbiamo messo a disposizione nel sito internet (http://www.giovani-veneti.org/contattaci.php). Ognuno può sostenerci anche solamente inviandoci dei lavori (banner, documenti, ecc), diffondendo la causa sia nel web che al di fuori di esso, o concordando collaborazioni più sistematiche. Se qualcuno volesse contribuire più massicciamente o comunque assumersi responsabilità di una certa costanza riguardo a determinati ambiti con il movimento (con il conseguente diritto, ma senza obbligo di entrare a farne parte) dovrà chiedere un incontro con cui si avvierà un approfondimento sui possibili progetti di collaborazione e il tipo di rapporto che si vuole avere. Per entrare a far parte del nostro Movimento non c’è un iter prestabilito, ma si verrà accettati o meno soggettivamente in base al parere del Movimento stesso, espresso alla pari da tutti i membri attivi.
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